“Passo”

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Vasily Kandinsky

 

 

Passo

senza incontrare

la cruna dei fenomeni celesti

flessibile

nella grave sintesi terrestre

meravigliosa

sè sensibile al Sole

nel gioco

dello Stare

tra variabili

scandisco tempo ridotto

su l’inevitabile tramonto

Sarà discreto il transito dal sogno

a un altro sogno

lungo il Luogo

eccentrico

tra archetipi

remoti abissi

false mete

abili riflessi

che evocano trasmutazioni

a tratti l’essenza

avvicina squarci d’Oro

“Banshee”

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Al caldo, al clan

lo scudo é torpido

il tratto valgo

ma compatto

l’appetito da soldato

Non rimane fuori altro

da ascoltare

impreca Lei

la mancata  iniziazione

resta inchiodata in Terra

disco orario scolorito

l’urlo in strada

gelida isola

su altra via

canti  denudati

in rime  sparse

Se ne contano  ora

come sulle livree

i bottoni

Tirale su, ne  vuoi provare, una sgargiante ?

…Dice  qualcuno

prendila!

Ci nuoti dentro vero?

é un Si

Non é la tua misura, questa

tu l’hai cercata

la Solitudine, é dei giganti

“Parole a Edgar Poe”

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Per amore  scrivo

su corda solista,

io violoncellista, vago

e, lo dovevo al gatto nero, cui ho intessuti

i fini capelli

in punto d’infanzia, intrecciavo

la mancanza e a me la sua, già

che intuivo tradimenti e deragliavo

in balia dello sgomento futuro

quasi certo

presso, al calderone pullulante

Simboli  tratti, visioni a me presenti

tutte  mi accudivano e intanto mi iscrivevo,

alla pietosa orbita vuota di Plutone

amare distorsioni,orridi divertimenti,

morbo dei tiranni

che, Rospo sempre, a forza salta, e serpi ingoia

e il vino delle proprie lacrime,

più di ogni altro

inebria

Sul filo dell’inchiostro legato  al polso

il Messaggero

l’ombra del Genio, dietro di te sul muro

nella stanza, Demone esperto scriba,

ti ha mosso

costretto la Memoria antica

Anima affine  scrive, in apparenze femminili

no, Mai più

Hop Frog, dìmentico

cavalca, Fiera Vendetta

torturato il Nano

come Dio nell’attimo

sette più uno, ne tenne,

nell’ ultimo travestimento,

in Psicostasia

e dopo il Fuoco

gocciolanti fetidi ammassi

e seguitando

ho preso forza, aperto a quattro mani, che pulsava ancora

il Cuore…e  ha detto!

ma, rivelato poi, di Annabel Lee, l’esangue

ancora i tuoi Segreti e i miei, di Lei

e dell’Assenza

l’etilico sfumato di Berenice sorriso frantumato

e da Leonor la bionda,consumata e alta

il Corvo apparve

Privazione monotona ritmata

ti suggerì le Spose, i nomi

la Rosa, candidi cerchi

uscita

dall’infero impero grasso

Tu, l’hai scritta, d’istinto io, conoscevo la canzone

no Mai

Più, con la caparbietà dell’Angelo bizzarro

e fingendoti  tale, sospeso sul senso comune

indicare l’orrido,  trarne l’incanto

e della Follia  ai sistematici, Catrame e Piuma

noi sfuggimmo, nel fondo d’un bicchiere,e via, andare

e presa la mano, ch’ero bambina

il Giorno discendemmo

nel piccolo lugubre distretto

stava,Ambaaren

un miglio a nord da Moskoe

dal lontanisimo Vurrgh

so, di quel Gorgo

e  che,anche noi ne uscimmo bianchi

Ora per te,affido il mio messaggio qui, a una bottiglia, Verde

forse da Fiume su acqua arriverà a Cariddi

da Scilla di ritorno  ai fossi, della lineare piana lombarda

Se troverai di questo scritto traccia, e d’impudenza

tu, non infliggermi il Pozzo, non offrirmi a lame oscillanti

pesante legge, questa

buona in Terra di naufraghi

che ormai balbetta,  guidata da demoni lunari

di rado sollevata da Intelletti Solari

No Mai più

Graziami, lontana persino dall’insufficienza

e, ma che sollievo adesso, pensa

nel gioco di Venezia

per grazia e per magia trovare

intero e traboccante

un barile luccicante di vero Amontillado, però Edgar

già  sai, per certo che

fino, a questo punto, non sono Fortunato

“Iridium”

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Precede

ogni mio senso

appena

la Luna

in lunghe dita d’Ombra

regnante silenziosa

presidio sulla marina aspra

enumero da quì  distanze

e un’altra terra insonne

dal principio

in Fine punta di platino

la lunga ferma armata

Egida gialla

effigie

della piena  Estate

trasognata solitudine delle stazioni

già culminavi al Sole

L’attrazione

 

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Poi

rive sconosciute e in ogni parte

Inverno

tra le cose del giorno come di notte

si consumava

il ceppo sugli alari

spargeva note di cenere

nell’aria

avevamo

aspetto di angeli delle correnti

del tempo freddo

Attraversando

ci legavamo per restare

zavorre

alla vita muliebre

portavo

ossatura di Padre

Ancorati così

mangiavamo seduti

forse ridevano di noi

delle fossette cave sulle guance

l’ebbrezza e il sorriso

per il cibo il vino

ti scoprivo diamante dal calice

alla nostra tavola improvvisata

nel volto di quel luogo di Fiumi

e in tutti gli altri

dove non confluivano somiglianze

 

 

 

 

“Margine”

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Periferia americana -Pietro Annigoni

 

Colori bizzarri

tra nuvole sparse

sulla linea di Terra un cane corre

con una storia breve

attento

sul confine

Avvezzo al cavalcavia

s’addentra un altro

nel sottopasso dell’abitato nuovo

alla finestra una donna in panne

regola velami all’aria

In corsa la ragazza

si ferma i capelli su tempie lucenti

radici di Medusa

Uno intento avulso solitario

ha una distratta periferia sul viso

deserto  sfugge sull’orlo

del calpestato asfalto oscuro

emerge bianco

l’Angolo

entità dell’Ora vuota

alla fermata  tornano equazioni di solitudine

schegge d’estate sciamano

Penombra in strada

spopolato il Bar, spenta l’insegna

alla vetrina appannata

da un bicchiere

abbandonato mezzo vuoto

echeggia  una risata rossa

“Sol”

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“Stalker “

 

“Sol”

 

Cado nel latte

ragazzo

é la  Quinta

ma, é il Cielo sai

nell’intervallo

Mi rendo conto quanto basta

che é quì l’alterazione

dove Residui

si attraversano

nella casa del niente

é il massimo accordo

Potrei dire é il Vento

le sue conseguenze

occultate al Protagonista

Mai

é la prima volta

per chi deve

andare

giù, quando tutto

quì affonda

Fantasma

vado a memoria

cado nel latte

la prova viva di durare

 

“Settembre”

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L’infanzia di Ivan (Tarkovsky ) Emanuela Lucaci

 

 

Ronde feline rapide

nei vicoli del mare

notturno gelatinoso

smeraldo

dal fossato delle rane

la luna sale

dal limite del campo,

cresce nelle brezze  parla

l’alfabeto antico dei cani

in lontananza

Intrisi di pantano macerano

gusci minuti, guaine scorticate nel canneto

confuse reticolate

geometrie di serpi

sulle note scure

scende la voce incerta

in fondo

una canzone dura

Atomo di città incompiuta

sul margine d’argilla

in questo luogo fra Tutto

un frammento di settembre

mi sfiora

un riflesso di lepre

“Solisti”

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Memory  (Renè Magritte)

 

“Solisti”

 

Distante

ho tremato spesso sfiorando altre vite

scorrevo immobile

sull’isola del Nulla di fatto

svelandomi  ti nascondevo

e mentre accigliata, tiravo dalla tua sigaretta

senza respiro

accendevi un sorriso distratto

“Se”

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Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders

 

 

Se

non avessi visto

fiochi bagliori resti d’inganni

splendere come diamanti

avrei

incollato nuove lacrime di carta

al vento sotterraneo nella metro

tastato il fondo della borsa

smarrendo  dita cieche

in cerca…

pendere dalla maniglia

nel vagone attendere

il download del mio giorno completato

Minima funzione scaricata

alle fermate morte

L’avrei perduto il Rango

Se

non avessi visto

nella fuga di strass delle autostrade

un futuro replicarsi

reclusa nella morsa di cellophane

cedere agli  atei della vita senza cura

gli avrei firmato il patto dell’oblio

Se

non avessi visto

l’angelo acuto del Silenzio

uscire  dall’insidioso intreccio in equilibrio

Funambolo in sordina

 l’Altro in dignità sopra quel filo