“Corpo di Guerra”

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T’ho scritto d’estate

 

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     Scott Wilson

 

T’ho scritto d’estate

mentre mi osservavi misurare

l’ampiezza dei miei passi l’altezza dei covoni gialli l’ombra

infestava la geometria solare

nel campo la bizzarra biografia levata alla Luna nel cielo

finale di settembre

Da questi imprendibili tempi ha preso forma il mio disegno

senza compimento

ti ho scritto l’estate del segno di fuoco da prospettive lontane

sul  punto di fuga

“Hellqueen”

 

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“Suicide squad”

 

Cancellata nel velluto

tetro arlecchino femmina

dentro la moretta ti sta la smorfia dura

non metterai radici mai

col desiderio di sorridere nella mano sinistra

alle spalle di bulino e scalpello

anestesia generale

teoria del gelo

iniziazione giù per la china accesa a sangue

senza un grido il lento  farsi in Terra

 

tutto per te è di là dai vetri

sei una bugia per corvi

in testa tamerice secca

Niente

ne stracci ne berretto

Croce

groppo di sterpi senza spaventapasseri

dal furto dei colori dai colori un genio ride di te

urla al demone compagno… tardi ormai per la vendetta!

Silenzio ancora niente

il mostro assente come Dio è appartato

ruggisce il Cielo al graffio di meteora

non hai una via di mezzo tu faccia di stella

 

“Banshee”

                                                                            menzione speciale” Premio Montano” 2017

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La strada per raggiungere la scuola, tanta da percorrere a piedi e con quel suo passo estraneo diviso in due luoghi diversi,uno abbarbicato all’infanzia finita, l’altro di piccola signora, in una piccola crudele città.

Era molte cose assieme,diversi elementi in lotta emergevano uno e l’altro dalla sua andatura singolare. Non aveva scelta,doveva proseguire continuava a camminare. Appariva rigida,compiendo uno sforzo enorme faceva violenza a se stessa in quel procedere,lasciava indietro quei perduti ora introvabili compagni limpidi. Non si hanno amici in quell’età, si vuole solo impressionare, catturare l’attenzione.

I ragazzi, la guardavano e non c’era più innocenza in quegli sguardi che aspettano un occhiata,la risposta giusta all’invocazione dell’animale femmina.

Imparare a essere ragazza ma, no non le piaceva l’idea, e non sapeva farlo non era un fatto naturale come in seguito rivelavano le amiche,meglio disposte, verso di lei, la strana, non era difficile anzi piacevole, sarebbe bastato lasciarsi andare. Col tempo pensarono fosse una superba, e quel distacco un falso velo,per nascondere la sua reale natura e in quel sottrarsi il nodo, l’inganno,l’arte antica di affascinare gli uomini negandosi. Una mattina come tante del suo primo anno di superiori,poco più avanti, a lei camminava una ragazza,gonna corta,capelli castani lisci sciolti e lunghi. Frequentavano lo stesso liceo,l’aveva già vista infatti,non si fece notare però,e continuò a rimanerle dietro,era così diversa,già una donna che sembrava non aver paura. E’ chiaro non vedevano le stesse cose. Quel corso per esempio,era grigio angusto,un rassegnato percorso verso il macello, nell’isola prigione non solo il mare era da attraversare ma,un oceano da superare,la sua estraneità intima e costante ai nativi,e non al luogo. Staccare un piede da terra,compiere l’altro passo,si faceva impresa eroica a sfumature epiche. Sentiva incollarsi l’asfalto alle suole, tremolare i tacchi delle scarpe, come capita, in certi sogni strani e il marciapiedi sollevarsi,in un onda di gomma nera,il bitume ostile si infrangeva contro il suo corpo, togliendole ogni volontà di proseguire.

Voleva l’impossibile,nella certezza di non adattarsi mai a quel sistema Inconsapevolmente faceva in modo che non accadesse niente. Non poteva che esistere fuori. Di sè, riconosceva il nucleo antico paesaggi interni, parole perdute, introvabili in quel mondo ristretto. Con radici tanto deboli, distanti come opporsi a quell’esistenza Dov’erano i suoi simili?

Quei coetanei la replica sbiadita e più feroce dei loro genitori, attori di un sistema chiuso,che andava da una parte sola, non ammettevano diversità sociali,non consentivano accesso Emarginavano in certi ambiti, con la regola del silenzio,e nelle occasioni mondane escludevano l’estranea, dal loro campo visivo,riducendo così la rosa delle candidate locali. Questo compito affidato alle signore,di ogni età, le impegnava a favorire la conoscenza, acquisire il maschio dominante,per sè o per le parenti giovani.

In società come in Natura. Osservare un comportamento ripetitivo in società,non è proprio come assistere al fenomeno del temporale,o al levarsi della Luna,al contrario si scopre agghiacciante,l’incessante brulicare che nel tempo si autodivora. Guardare un atto di vera crudeltà che si infligge a se stessi ma,che è impossibile evitare purtoppo, come parte del collettivo umano. Non diventare,non cadere nella necessità,addossarsi ai muri,qualche volta, scivolare via, non farsi notare,arrestarsi,blindarsi,sfuggire a quella parte di realtà,che aveva sentore di zolfo e mascelle possenti,come le macine di pietra dei frantoi, visti in campagna? E per un lungo periodo forse lunghissimo,non arrendersi continuare a scorrere,farsi proteggere da un sogno,sforzarsi di non accogliere quell’incubo,che si faceva unica verità, e non farne parte.

“Bisogna avere con sè,Mercurio nel segno,affrontare tutte le tempeste,trovarsi in buona compagnia dalla parte del Sole!” Vedova di un pescatore di soprannome forestiera,diceva spesso questa ,e altre frasi misteriose,in risposta,a bassa voce,mentre intrecciava ancora le sue  reti,sapeva come prendere ricci marini, a mani nude senza ferirsi,leggeva segni nei sassi, separava e mescolava tutto questo alle litanie liturgiche del Giovedì quando si riuniva alle altre donne. Conservava persino il rispetto silenzioso del prete, ricambiato da lei col medesimo silenzio.

Dominava la scena,scandiva il tempo, dava inizio con un cenno breve,della testa,dallo sguardo promanava implacabile azzurro incandescente,come un urlo silenzioso trattenuto. Terminato il coro,cenava, da sola in sala da pranzo,consumando gelatina di interiora di pesce. La preparava lei stessa lasciando in cucina uno stato di emergenza. Spettava alle figlie rigovernare. Ricetta antica complessa nell’esecuzione,nota anche in Scozia,la gente del mare è un solo popolo. Digiunava per i tre giorni successivi si purificava con acqua e sale in attesa, del Giovedì seguente.

La sera il mare,è argento vivo,emerge il profilo scuro di altre isole, la notte cala e gli apici delle scogliere si uniformano al buio,e tutto quel brillare freddo si sposta in alto, senza nome.

 

“Pezzi di vetro”

 

 

 

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L’aroma rapace del ghiaccio

un inverno a testa bassa

germoglia

da l’anonima chioma azzurra

mi inchioda a una delle lune del sonno

Non è per mare il viaggio

con me un deserto addio

l’incompletezza del passo

mi incalza

il movimento della neve

scarmigliata errante

stabile senza vento tu di mille anni prima

nella nostra lingua barbara

sciolto lo sguardo

abbiamo scritto mille pezzi di vetro

“Underwood”

 

 

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Ebbi il presentimento che qualcosa stava per accadere, quando lessi di quei lavori di ristrutturazione nel palazzo,che non mi aspettavo così immediati.Pessima tendenza sostituire le buone vecchie cose.Attraversavo un periodo di ristrettezza economica e, lo sò,lo sò,arrancava ultimamente,come me,e in tutti i sensi,ma era possibile sbloccare la porta al piano,aprirla dall’interno,certo ungendosi di grasso le mani,ma si poteva uscirne usare il montacarichi o prendere le scale. Il nuovo ascensore avrebbe avuto porte automatiche,allarmate integrate, dotate di sistema antincendio,chiusura ermetica. Una trappola di metallo.Qualsiasi iniziativa manuale resa impossibile.

Tutti quì hanno preferito diventare tecnologici e l’ostentano. Avevano anche preso in considerazione, di impreziosire la nuova cabina con un impianto di climatizzazione. Il vecchio ascensore, si fermava spesso a metà tra due piani,facendo assomigliare i passeggeri a cloni di Farinata della commedia dantesca,con la braccia sollevate, quasi supplici,comunque anime in attesa di un buon Caronte che li traghettasse, manovrando l’argano. Proposi il restauro,costava troppo. Una barbarità,disse qualcuno! Avrei pagato! A volte rifiutava di muoversi,come noi non accettava di essere solo un corpo,un congegno meccanico,altre volte sobbalzava sostando fra due piani ,poi ripartiva.

Per alcuni, dover affrontare le rampe di scale rappresentava uno strazio,a piedi fino al pianterreno ci arrivavano sempre un pò scomposti,e dissimulando con mestiere,tentavano di evitare  il portiere,che se la rideva,non ancora soddisfatto sperava in una dichiarazione,una lamentela un zoppicante gesto di stizza, dalle signore sopratutto. Fanatiche del tacco sempre e comunque anche ai funerali. Il vecchio reverendo prossimo anch’egli alla sostituzione,con sottile garbo ecclesiastico proprio del suo ruolo,aveva fatto notare che almeno alle esequie…un tono sobrio sarebbe stato, non poco apprezzato. Era un palazzo cattolico! Ma il suo metodo di comunicazione tradizionalmente collaudato fu solo liberamente interpretato.

I tacchi non li indosso mai,sono instabili e mi piaceva,Lui l’ascensore, lo conoscevo bene dall’infanzia. Era l’albero in città che non avevo,mi portava in alto. Aveva un cuore per me,seppure per poco era il mio rifugio e custodiva i miei segreti, le sconfitte. Ricordo le modanature interne,quando lasciavo andare le spalle contro le sue pareti,prima di affrontare il mondo. Fissavo le ante di radica, lucide,e le mie cicche masticate che occultavo con cura. Il portiere un tipo proprio scrupolosissimo con le pulizie,le avrebbe scovate,ma non ne aveva fatta menzione mai. Magicamente sparivano!

Il mio appuntamento era lì per arrivare, avevo accettato. C’è da dire che allora non resistevo ai Margaritas freddissimi,con il bordo del bicchiere ben salato,e il perfetto accordo tra limone e Tequila. Lui,un avvocato brillante così mi dicevano gli amici mi offri il terzo giro,la sera prima e un invito a cena per l’indomani. Truccandomi maldestramente nella solitudine del bagno,pensavo senza volontà,di cambiare idea, sesso,o Nazione. Ma c’era poco tempo e pioveva forte,il ticchettare della pioggia fù superato per intensità dal tocco delle perle, sulla maiolica lombarda. Avevano ceduto schizzando nel lavabo, saltellando sul pavimento. Mi mossi per raccoglierle, facendo attenzione a non calpestarne nessuna,quando qualcosa di puntuto aggredì la mia caviglia nuda, con rapido accanimento. Il mio piede aveva schiacciato, appena (quale parte non seppi mai)qualcosa di soffice. Apparteneva al gatto,che vista la giornata uggiosa si era abbandonato supino,come faceva spesso e dovunque ne sentisse la necessità ad un sonno improvviso e catalettico.

Forse quei piccoli incidenti erano segnali? Il cinema ,le letture rosa potevano aiutarmi? Gli imprevisti galanti nei films con finali felici,o le poche riviste sfogliate dal parrucchiere? Cercavo nella memoria della storia familiare,scoprendo ben poco invero sull’arte di sparire,di sottrarsi al momento giusto,ignoravo le stragie, ma ne conoscevo bene gli effetti,io stessa, ero la prova vivente del ripensamento di una paterna incontrollabile incertezza postuma, alla consumazione esotica. Vivere è difficile in assenza di paesaggio,bisogna disegnarsene uno con quanto si possiede d’ingegno. Raggiunsi la libreria,il genere noir,offriva spunti interessanti ma, solo in caso di estreme torbide passioni, dense e tropicali,troppo francesi,”pas mon truc”! Tra i miei piani tragicomici e tardivi,fantasticai di simulare una sindrome presincopale da stress.Può succedere! Avrebbe dovuto soccorrermi abbandonare progetti di altra natura.

Forzando un poco la situazione gli avrei confidato poi,la concreta intenzione di lasciare ogni mio avere,al mio unico gatto balinese Cixi appunto, (non l’avevo detto) che quando miagola, imita in tutto il suono del cardine triste della vecchia porta, del solaio in disuso. Troppo tardi per squagliarmi, accettavo una serata di noiosa seduzione e non credo di sentirmi presuntuosa quando affermo che, lui avrebbe parlato solo di se stesso trasformando una delle sue abituali performance,nella serata più elettrizzante “della mia vita”. Al suono del campanello,mi schiarii la voce,sollevai la cornetta del citofono,per rispondere e prima di capire che era già alla porta, mi trovai inaspettatamente in sua presenza con la mano tirai giù il golf, verso la pancia la mia timidezza toccò i vertici della goffaggine,la mia modesta scollatura era quasi svelata. Lui stava lì,a metà tra il piano e la cabina non dissi niente,ero troppo sorpresa per parlare e non lo feci. Stava a guardarmi sorrideva,ma solo a se stesso ,si piaceva tanto e non nutriva dubbi sul suo fascino, ne sospetti su l’andamento della serata,ne sul suo comprovato talento,neppure alla conclusione della stessa,secondo il suo copione.

Ma prima del nodo cruciale,per certi versi non sgradevole,a quante idiozie mi avrebbe ancora sottoposta,frasi ad effetto al pari della sera precedente,quando soffiandomi sul collo,e infilando con un certo garbo, devo riconoscerlo,il suo naso nel mio orecchio destro e rischiando di precipitare dallo sgabello alto del Bar,sussurrava:-“delle molte conosciute ti percepisco realmente diversa da tutte le altre”-Tutte… pensavo erano un mucchio,come la roba da lavare giù nel locale caldaia? Naturalmente aveva ragione circa il sentore della mia diversità,ma lui non poteva saperlo! Cosi come, non aveva letto l’avviso,scritto di pugno dall’amministratore,in ammirevole corsivo inglese :-“Attenzione ascensore guasto Usare il montacarichi!”-

Mi portai una mano alla bocca istintivamente come a controllare il mio stupore,il fiato mi appannò una lente degli occhiali, questo mi confuse ulteriormente,ma come il tasto di do maggiore,fu la spinta quella. Una singolare sensazione mi prese,mi sentivo fragile,scoperta, nuda senza la mia collana,mi parve di schizzare via come le perle prima nel lavabo. Non più trattenute libere dal destino,dal filo tiranno di un percorso segnato,dalla trama già scritta. Tirai fuori il sorriso più smagliante che mi riuscì di trovare -“Rimani-dissi -avanzando un poco verso di lui-Sono già pronta-” Era quasi la fine per me pensavo, quando, saltò la luce per il temporale  in contemporanea al fracasso del tuono, il bollitore dell’anziana ex danzatrice,emise un implacabile fischio.

Il presentimento prese corpo sotto ai miei occhi. Vidi luccicare un tasto sul clavier cromato. Un lampo, fece luce su tutto e tutto avvenne, in pochi attimi. Lo vidi scuotersi, sobbalzare, una molla scattò, l’ ingranaggio  cedette d’improvviso sganciando la cabina, Giù,in servizio…Mi parve di sentire un’eco sotterranea una voce incrinata elegante profonda baritonale :- Ultima corsa ascensore carico!     Ecco,come è andata…Padre!

L’originale

 

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Lo proteggo

dagli abiti di taglio sartoriale minimale

da galanti  barocche voci di maschera

Amor vacuo?

indizio irreale nella custodia

guscio marino

Scaglio madraperla

mi difendo dalle alterazioni

Non nascondo

non rispondo che di me al suono dell’acqua

Insolito accento per un fiume

sa di sale dicono …

dubitano sorridono di sbieco

ruminano vogliono un riferimento

Dalla riviera non passano i cammelli

sono una chiusa pratico lo sbarramento