Faceva paura l’idea di perderti

 

Today,a great soul dies. The poet Pier Luigi Cappello

Today,few big souls are walking on the planet!

Pier Luigi Cappello stirbt eine gro§e poetische Seele

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Pierluigi Cappello

Lift truck

 

blade-runner

 


I perdenti si possono incontrare in gruppo

mai frequentarne uno da soli

potrebbe contagiare raccontare storie che non tranquillizzano

recitano il ruolo del sasso sui vetri

Non bisogna frantumare la quiescenza

dell’aggressivo politically correct

ma imparare il suo vocabolario

Uccidere si dice neutralizzare il nemico.

Si uccide in vari modi l’indifferenza resta un classico

é infetta perciò

si ottiene il massimo risultato col minimo sforzo

non piacergli neanche un poco a quelli

hai finto per non stare sola ma non é durata più di un attimo

se il villaggio dovesse approvare stare dalla tua parte

correrebbe l’obbligo di ricominciare

a essere contrasto

fatto estraneo

tornare a odiato che é una Patria

Di una marionetta fatta e finita i frammenti sono più interessanti

si possono ricomporre comunque un nonnulla di incompiuto

da un punto di solitudine immersi in una vasta area di fracasso

arrivano al piede della montagna scoprendo una vasta area depressa

Amore tolto

 

 

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Dietro a queste nuvole

forzate al temporale

l’ironia della mia faccia giovane

quì nel giorno intatto

ferma in un ovale d’ombra virile

scanditi a un tempo solo riflessi

fuoco e artificio li vedo stridere

inarco un sorriso all’aroma di ferro

come una corda tesa

passo a te

voluta di fumo nella monocromia metallica

s’increspa lo sguardo

segregato nel cielo di Marte

assorbi il mio mistero senza conoscerlo

inscritto nella città di pietra

nel corpo estraneo

“Corsivi negletti”

 

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Ma non vorrei tra i denti scrivere ombre s’allungano sono occhiali appannati questi/ appannaggio d’altri la scrittura colli tesi piegati che s’arrovellano

Ripiego sul ricamo faccio quì il mio appunto /in croce

Masticando un pò/ la lingua riconosceva un sapore dispari/  vita cara a moltitudini rimaste come il prezzo delle aringhe in barile divorate dal troppo tempo sotto sale

di provenienza nota/ Mangiavano magari a ufo esalavano sentori di sazietà balordi blasonati cavalieri macerati in eccessi etilici montavano in superbia certi ventri femminili servili /rigonfi di humor nero

Mantenevano promesse da buoni marinai

Illegittimi pescavano di frodo quei ragazzi a bomba a pelo d’acqua/ affioravano a tappeto arresi/ I pesci sapevano di brutto in bocca/ cotti  dalla morte violenta la polvere da sparo sotto i denti per chi li aveva ancora conservati intatti /o non ancora spuntati

Bastardi di nobili natali informi stemmi senza sigilli

Noi messi itineranti dai pollici in alto come  imperatori decidevamo d’essere graziati segnalandoci sulle strade /all’auto che andasse lontano il più possibile/ il mangianastri gracchiante in macchina suonava SanAnton/ disturbante nostalgia delle nuvole veloci mentre l’itinerario riavvolgeva lo stesso tempo altrove ma non ci importava tanto

chi aveva origine pretendeva il posto d’onore in prima fila /visitati Bar con donne spesse cotonate/ a magri ossigenati certi chiedevano ricetto per andarsene in polvere /nulla da eccepire se non fosse ch’era discarica di sensazioni /Zoo di bene farlocco

Addossata ai vetri guardando luci viola da basso/ brulicare misto nelle vie in nuove città/ picchiettavo con le dita imitando suoni di pioggia /dal settimo cielo evocavo voci Pure estati  d’incertezza s’affidavano all’orizzonte arsenico

Nena cantava 99 luftballons temporali nella musica consumati eroi bianchi sbriciolando l’armatura agli occhi d’acciaio sotto la celata in un oltre imprendibile

Atomi già dispersi estranei alla configurazione

“La discesa”

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Improvvisa

in agguato

piomba dalla collina dei detriti

misura la scena

cala sul mimo che  ripete

da una quinta della finzione sguscia

senza sussulti

il Nulla vorace  mastica lento

gonfio di agonie

l’angoscia avida annusa

non ha fame ne occhi

non ha odore non sai che ti ha preso

e dello sgomento fai colpevole l’ombra

Nel  buio raccoglie l’attimo

s’aggancia a un breve silenzio

ma il Demone é solo

voce antica dal tuo respiro

parla

dal fuoco da un anello d’aria

senza stupore  Messaggero

dall’Inferno muto

“Soupcom”

Sorgente: “Soupcom”

“Soupcom”

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La minestra cadde, sul pavimento,l’impiantito scricchiolo sotto il suo peso,la signora del settimo piano non le badò, precipitandosi semisvestita dal bagno, e fuor dai capelli per la rabbia, telefonando all’amministratore del condominio. La sua serata, rischiava di trasformarsi in un fiasco, e pretendendo il suo tempestivo intervento, in quanto organizzatore e protagonista dell’evento, gli rivolse larvate minacce! Era molto tardi, gli ospiti sarebbero arrivati, e magari i più intimi, anche con un certo anticipo,non aveva ancora indossato i capelli, ciò la rendeva intrattabile,un segreto,fra tanti che più di altri la dominava, suo malgrado. Senza contare poi, che al montacarichi, proprio quel giorno si erano inspiegabilmente, bloccate le porte automatizzate,mentre il personale del catering, che l’agenzia aveva inviato,scalpitava con tutta l’attrezzatura, aspettando di accedere all’appartamento e finalmente alla cucina.

La portata più ardua,era già stata preparata in precedenza dallo Chef, occorreva però sistemare ancora la sala il buffet e…alcuni addobbi considerati da lei essenziali. Protestò vibratamente,per tutto e quel suo ritardo,che si affrettò a definire, un sadico angosciante  sgarbo, cercando in tal modo, di instillare in lui, un certo senso di colpa.

Per anni, era stata affetta da sordità e mutismo!

Scusandosi lui,si era invitato a cena,anche per la sera seguente, promettendo un dopocena, in cui di certo, sarebbero state trattate, quelle delicate questioni di fondo,ormai improrogabili! Le disse poi,di averla sempre amata. Esaltata, a quella dichiarazione, scaldata dalla promessa, attesa a lungo,considerò di meritare una pausa. Aveva impiegato molti anni a conquistarlo, frequentando lezioni di suggestione ipnotica, allo scopo di intensificare, alcune doti seduttive, in lei completamente assenti.

Tirò fuori i toscani, dalla credenza ottocento, ne accese uno, aspirò, fece nell’aria anelli di fumo, come le aveva insegnato la mamma Gloria, in una notte d’estate, al culmine di una accanita partita a carte, durante la pausa salame, là dove il lambrusco scorreva a fiumi.

La signora della porta accanto, per nulla turbata dal frastuono, come sempre del tutto assorta nel suo sè,restava immobile, come un Artemide in caccia, di percezioni. La sua figura imponente, adombrava il lampadario della cucina, al quale mancava il contrappeso e che pertanto, era alquanto disceso, tuttavia era di altezza notevole,portava una sottoveste molto lunga a quell’ora della sera, la confortava assomigliare a una Jean Harlow, seppure con qualche anno in più, ed in versione large. Sentirsi fatale, inevitabile é un diritto inalienabile, per ogni donna, fantasticare di uomini pronti a strangolarsi con una delle sue calze di seta (esclusa la meno dispendiosa microfibra) in cambio di un indistruttibile, suo sguardo di ghiaccio, beh…un simile accadimento non aveva prezzo!

La seta, le accarezzava il corpo,ebbe un brivido lungo la schiena, mentre teneva stretto tra le dita il suo riscatto,rimasta da anni sospesa, in un ansia spasmodica, difficile a capirsi…sentiva qualcosa di se, sfuggirle da tempo! Lentamente s’appressavano in lei turbini di emozioni, il cuore in tempesta,comunque avanzava. L’aveva già fatto,é vero ma,tutto era sempre come la prima volta! Si lasciò andare finalmente,richiuse con forza e bene, dentro, anche i sensi di colpa, e il resto.Sgattaiolò in corridoio, quando alle sue spalle, impercettibile dapprima,un ronzio e un boato poi, come un desiderio liberato!

La lavatrice partiva. Un pensiero deduttivo la colse, avvolgente, come un boa di struzzo, aveva i suoi anni quella macchina, e faceva un dannato rumore, forse questa la ragione che impediva la sostituzione del vecchio elettrodomestico?

Si versò da bere in fretta,tracannò, e dopo averlo fatto, si sorprese a guardare dal terrazzo la città consumarsi lentamente. Il gin, le scivolava nella gola riarsa dal dubbio! Perché é là, che il dubbio si fa strada in noi,un segreto questo, svelatole dal maestro durante gli esercizi di concentrazione, sul potere dell’Ora. Tuttavia, il presente l’atterriva e notevolmente regredita, si trovava in uno stadio intermedio, che però andava molto di moda. Allo squillo del telefono trasalì ,ma soltanto l’inquilino del quarto piano si faceva vivo,alle sette e quindici minuti,chiedeva consiglio, sul make-up, e forse, sull’ennesimo appuntamento al buio,col solito sconosciuto, amico di chat-line,che quasi certamente non si sarebbe presentato, se non nell’ombra, deludendo ancora,ogni sua aspettativa. Nonostante il flusso contrario, l’inquilino, restava animato da un incrollabile fede. Encomiabile! Fiducioso, e certo di concretizzare, prima o poi un amore, perfetto. La signora, restava comunque lusingata, quelle richieste, non facevano che confermare il suo indiscusso fascino,la sua classe, e considerandosi una donna di gusto,gli suggerì la nuovissima linea cosmetica per la labbra “Sur le feu tout de suite”.

Nel palazzotto di fronte, il signorotto, non badando a spese, dava una festa elegante,tutto era illuminato a giorno,la sala principale graziosamente riempita di gente. Ridevano e mangiavano tutti. Questo é il mio crisma,diceva la scritta, sullo striscione in alto,e parrà strano, ma quelli comunque, serbavano qualche rancore ed amabili resti,per lo spuntino dell’alba tragica. I carnet delle signore, erano al completo!

Alcuni, facendo tendenza,si mostravano avulsi,un poeta-romanziere mai pubblicato, addossato al muro,ad ogni domanda come costretto, a staccarsi dalle sublimi visioni del suo Iperuranio personale,scuotendo la testa faceva balzare i capelli, rispondeva citando altrimenti, infastidito,con distacco e solenne brevità. La festa ebbe un crescendo, tanto entusiasmante, quanto inaspettato.

Nude, figure retoriche, si rincorrevano, emettendo di quando in quando compiaciuti gridolini. Un professore emerito,con un largo sorriso, colta al volo la portata del fenomeno, derivò un arkan, dalle bretelle dei pantaloni perduti,e trascurando i limiti, si integrava nel giro,nella modalità avanzata che gli era stata propria, un tempo,deciso a riscoprire, ogni grado del sollazzo trascurato, ignorato e più che mortificato.

La signora del settimo, sfoggiava a tavola una superba acconciatura, e teneva d’occhio l’amministratore,che al buffet, si era servito pochissimo, rigido, in un ansia che dopo anni prendeva corpo, ma saggiamente sostituita, da una serena rassegnazione,deciso com’era a dichiararsi. Era inevitabile, e lei ormai raggiante, batté il cucchiaino da pepe sul flute, e trionfante annunciò il loro fidanzamento!

Sempre lì, la minestra giaceva sul pavimento,sembrava felice e ancora liquida,attendeva con fiducia Wendy, l’efficente Wendy,che sarebbe arrivata però solo alle otto del giorno dopo. L’avrebbe scollata dal vecchio parquet, di certo con la cazzuola, appartenuta al suo ex amante,un manovale privo di certezze, e di orientamenti e di altrettante incerte generalità. Le aveva donato l’utensile, poco prima di separarsi e preso un pantacollant sfilacciato di lei,era poi svanito nel nulla.

Lamentandosi, nell’arduo dialetto delle sue parti,Wendy accosciata, col vigore di sempre, avrebbe rimosso le sue ultime tracce, scoprendo, che il rigor mortis delle minestre di funghi primaticci avvelenati, é rigido,come per tutti. Molti ignorano che fili invisibili, legano gli umani ai vegetali, ma quest’ultima, ci appare un ardua e rischiosa considerazione, sprovvisti di un regolare dottorato in biologia,e di un altrettanto solido supporto filosofico. Le tracce del suo esistere grattate via! Complimenti al cuoco pensò  Soup, che intanto cominciava a sentirsi amara,d’un tratto le balenò il futuro che non avrebbe mai vissuto.

Quel tipo ossuto del catering, non era che un bluff. In verità, dopo vari mestieri, e un corso abbreviato di cucina base, si spacciava per un genio innovatore. Cucina Animica,con questo nome, propinava, le disgustose poltiglie precotte,si credeva un novello Vatel, ma al contrario del maestro,era un tirchio,considerava tutto uno spreco. In precedenza, aveva lavorato come guardarobiere,portalettere e infine, portiere di notte.

Proprio quell’ultimo impiego, gli era costato un grave esaurimento. La paga, era buona l’albergo, aveva sulla targa, perfino una stella, dunque,non é chiaro cosa l’avesse turbato,a quel modo. Quel che é certo, é che sviluppò in seguito, una psicosi, un singolare disturbo, caratterizzato da mania di grandezza a sfondo erotico, il tutto innestato su una struttura paranoide, in altri termini non si poteva contraddirlo, senza evitarne il delirio egosintonico,che era inarrestabile!

Aveva preparato la portata principale, solo per due,ma era la serata di Tredici a tavola, nuovo gioco, per la classe politica emergente. Entusiasmante! Mi é vietato spiegarne esaustivamente le regole,ma la sua finalità non era poi così in aperto contrasto, con la più tradizionale e nota roulette russa, soltanto, più lenta e un tantino meno plateale.

Tutti o nessuno, si disse Soup, che aveva potuto ascoltare, e vedere tutto. Sana solo d’aspetto,non potendo sopportare, quell’onta, scelse il sacrificio. Si eliminò con gioia!

E’opportuno ricordare,che nei suoi fluidi vitali scorreva, pura linfa verde d’Irlanda,da lì proveniva parte, della sua robusta propensione a ribellarsi alla tirannide. Ma in porzione ridotta, insufficiente, non avrebbe potuto, portare a termine la missione. Si immolò per la causa,dondolandosi, riuscì a raggiungere, una ragguardevole velocità, si agitò come un abile consumata bajadera, roteò, oscillò come una menade danzante, fino allo sfinimento bacchico e al culmine, il vasellame pregiato cadde, sopraffatto dalla forza centrifuga di lei, rovinò in terra, andando in pezzi.

Soup fù pioggerella,verdolina,breve, durante quel che potremmo definire, il suo viaggio estremo, e si vide scrosciare, come una cascata islandese, che precipiti in un puro lago. Aveva sempre sognato diventare una vera artista ma, il  crimine non paga, solo su larga scala. Il suo gesto forse l’avrebbe consegnata alla storia, conquistando un pezzetto di immortalità, un piccolo posto nella memoria?

Il vecchio parquet infatti,fu scosso da tanto patriottismo,non se ne vedevano più di così romantici, da quando lui, legno esotico, ancora novello, nel Regno Italico, era stato intagliato,listellato lucidato, per ricoprire l’ampia superfice del grande salone,nel grande signorile appartamento. Successivamente, frammentato, per adattarlo, alla disumana modernità, che riduceva, immiseriva. Pensava spesso alle sue parti divise, al di là del muro.

Chissà, forse era meglio così, si sa, come vanno certe cose, in una stanza piena di gente! Iniziato, nei lontani primi anni del novecento,quanti garbati calpestii,trasalimenti d’amore, mancamenti di signore, il loro, non sempre dolce peso,sui tacchi a rocchetto un frusciare di sottogonne, sussurri e presentimenti. Ma, una minestra appena fatta,quasi fumante, già così consapevole, di esserci per la morte, non gli era mai piombata addosso era la prima volta! L’accolse, non potendo in alcun modo sottrarsi!

Quasi a sminuire, una fine tanto eroica, e collocarla, nell’ingiusto cerchio della vita, si levarono improvvisi dal cortile,indistinti schiamazzi, e abbaiamenti, erano i soliti periferici,ululanti cani lupo, portati in centro chissà come, dal metrò,che dati i tempi duri scroccavano di prepotenza la cena, ai cani dei quartieri alti, che consideravano sfigati damerini, troppo ben nutriti, incapaci a reagire da veri duri. Ai più teneri come José riservavano un trattamento speciale, senza sovraprezzo, mordendo il bracco maculato ferendolo, proprio nell’intimo. Felipe, il portiere equadoregno,e padrone del cane, li inseguì con una scopa di saggina, elettrica ,ma non ne raggiunse nemmeno uno.

Tutto questo accadeva, durante il mesto rientro dell’inquilino del quarto piano, la sua collezione di appuntamenti andati a buca, era un crescendo, discusse con Felipe di quanto accaduto al cane e  intenerito, si offrì di portargli un altra cena.

Con molte altre cose da raccontarsi, i due sparirono, verso l’alloggio sul retro, destinato alla vita privata del custode. Intanto José, all’ombra protettiva dell’androne del palazzo vomitava, i resti della cena surgelata, “dammidipiù,”che aveva consumato prima, in compagnia dei lupi! Pipistrelli, cadevano,trafitti da un raggio di luna, e fù subito sera.