Domenica di Marzo

 

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Sulle bobine ruota legale la tua materia cerebrale

apre le gambe agli ingranaggi

può riconoscere

il padrone

Potrai morderla un’anima incantata

anche solo un abbozzo

a buon prezzo

un misero resto a una svendita d’asta?

Avanza nella tua prigione

con la corona incerta

il tuo sogno è sordo e accattone

gonfio di birra e sesso marcio non darlo

a vedere

quando è mattina di domenica di  Marzo

anche la tua angoscia è Nana

e ti morderà la schiena

povero ragazzo!

fai la tua parte

e alla fine del Film

riuscirai a fingere di essere Pazzo?

“Cadenza”

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Marilyn Manson

 

 

 

Indietreggio a  l’abbraccio stringo l’impalpabile

ho molto Tempo dietro agli occhi che ti seguono

di cui nemmeno ti accorgi

è che…  ho bevuto  delle cose tutti  i  contorni lucidi

il mio Angelo Killer mi controlla ha la mascella dura

mi  insegue  con lo  sguardo

sono quel pallone alla partita

in Corner Lui scommette su di me

dalla visione ottica dal basso posso vedergli i sandali

sentirlo  incitarli  a un Goal

 

“Corpo di Guerra”

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T’ho scritto d’estate

 

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     Scott Wilson

 

T’ho scritto d’estate

mentre mi osservavi misurare

l’ampiezza dei miei passi l’altezza dei covoni gialli l’ombra

infestava la geometria solare

nel campo la bizzarra biografia levata alla Luna nel cielo

finale di settembre

Da questi imprendibili tempi ha preso forma il mio disegno

senza compimento

ti ho scritto l’estate del segno di fuoco da prospettive lontane

sul  punto di fuga

“Hellqueen”

 

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“Suicide squad”

 

Cancellata nel velluto

tetro arlecchino femmina

dentro la moretta ti sta la smorfia dura

non metterai radici mai

col desiderio di sorridere nella mano sinistra

alle spalle di bulino e scalpello

anestesia generale

teoria del gelo

iniziazione giù per la china accesa a sangue

senza un grido il lento  farsi in Terra

 

tutto per te è di là dai vetri

sei una bugia per corvi

in testa tamerice secca

Niente

ne stracci ne berretto

Croce

groppo di sterpi senza spaventapasseri

dal furto dei colori dai colori un genio ride di te

urla al demone compagno… tardi ormai per la vendetta!

Silenzio ancora niente

il mostro assente come Dio è appartato

ruggisce il Cielo al graffio di meteora

non hai una via di mezzo tu faccia di stella

 

“Banshee”

                                                                            menzione speciale” Premio Montano” 2017

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La strada per raggiungere la scuola, tanta da percorrere a piedi e con quel suo passo estraneo diviso in due luoghi diversi,uno abbarbicato all’infanzia finita, l’altro di piccola signora, in una piccola crudele città.

Era molte cose assieme,diversi elementi in lotta emergevano uno e l’altro dalla sua andatura singolare. Non aveva scelta,doveva proseguire continuava a camminare. Appariva rigida,compiendo uno sforzo enorme faceva violenza a se stessa in quel procedere,lasciava indietro quei perduti ora introvabili compagni limpidi. Non si hanno amici in quell’età, si vuole solo impressionare, catturare l’attenzione.

I ragazzi, la guardavano e non c’era più innocenza in quegli sguardi che aspettano un occhiata,la risposta giusta all’invocazione dell’animale femmina.

Imparare a essere ragazza ma, no non le piaceva l’idea, e non sapeva farlo non era un fatto naturale come in seguito rivelavano le amiche,meglio disposte, verso di lei, la strana, non era difficile anzi piacevole, sarebbe bastato lasciarsi andare. Col tempo pensarono fosse una superba, e quel distacco un falso velo,per nascondere la sua reale natura e in quel sottrarsi il nodo, l’inganno,l’arte antica di affascinare gli uomini negandosi. Una mattina come tante del suo primo anno di superiori,poco più avanti, a lei camminava una ragazza,gonna corta,capelli castani lisci sciolti e lunghi. Frequentavano lo stesso liceo,l’aveva già vista infatti,non si fece notare però,e continuò a rimanerle dietro,era così diversa,già una donna che sembrava non aver paura. E’ chiaro non vedevano le stesse cose. Quel corso per esempio,era grigio angusto,un rassegnato percorso verso il macello, nell’isola prigione non solo il mare era da attraversare ma,un oceano da superare,la sua estraneità intima e costante ai nativi,e non al luogo. Staccare un piede da terra,compiere l’altro passo,si faceva impresa eroica a sfumature epiche. Sentiva incollarsi l’asfalto alle suole, tremolare i tacchi delle scarpe, come capita, in certi sogni strani e il marciapiedi sollevarsi,in un onda di gomma nera,il bitume ostile si infrangeva contro il suo corpo, togliendole ogni volontà di proseguire.

Voleva l’impossibile,nella certezza di non adattarsi mai a quel sistema Inconsapevolmente faceva in modo che non accadesse niente. Non poteva che esistere fuori. Di sè, riconosceva il nucleo antico paesaggi interni, parole perdute, introvabili in quel mondo ristretto. Con radici tanto deboli, distanti come opporsi a quell’esistenza Dov’erano i suoi simili?

Quei coetanei la replica sbiadita e più feroce dei loro genitori, attori di un sistema chiuso,che andava da una parte sola, non ammettevano diversità sociali,non consentivano accesso Emarginavano in certi ambiti, con la regola del silenzio,e nelle occasioni mondane escludevano l’estranea, dal loro campo visivo,riducendo così la rosa delle candidate locali. Questo compito affidato alle signore,di ogni età, le impegnava a favorire la conoscenza, acquisire il maschio dominante,per sè o per le parenti giovani.

In società come in Natura. Osservare un comportamento ripetitivo in società,non è proprio come assistere al fenomeno del temporale,o al levarsi della Luna,al contrario si scopre agghiacciante,l’incessante brulicare che nel tempo si autodivora. Guardare un atto di vera crudeltà che si infligge a se stessi ma,che è impossibile evitare purtoppo, come parte del collettivo umano. Non diventare,non cadere nella necessità,addossarsi ai muri,qualche volta, scivolare via, non farsi notare,arrestarsi,blindarsi,sfuggire a quella parte di realtà,che aveva sentore di zolfo e mascelle possenti,come le macine di pietra dei frantoi, visti in campagna? E per un lungo periodo forse lunghissimo,non arrendersi continuare a scorrere,farsi proteggere da un sogno,sforzarsi di non accogliere quell’incubo,che si faceva unica verità, e non farne parte.

“Bisogna avere con sè,Mercurio nel segno,affrontare tutte le tempeste,trovarsi in buona compagnia dalla parte del Sole!” Vedova di un pescatore di soprannome forestiera,diceva spesso questa ,e altre frasi misteriose,in risposta,a bassa voce,mentre intrecciava ancora le sue  reti,sapeva come prendere ricci marini, a mani nude senza ferirsi,leggeva segni nei sassi, separava e mescolava tutto questo alle litanie liturgiche del Giovedì quando si riuniva alle altre donne. Conservava persino il rispetto silenzioso del prete, ricambiato da lei col medesimo silenzio.

Dominava la scena,scandiva il tempo, dava inizio con un cenno breve,della testa,dallo sguardo promanava implacabile azzurro incandescente,come un urlo silenzioso trattenuto. Terminato il coro,cenava, da sola in sala da pranzo,consumando gelatina di interiora di pesce. La preparava lei stessa lasciando in cucina uno stato di emergenza. Spettava alle figlie rigovernare. Ricetta antica complessa nell’esecuzione,nota anche in Scozia,la gente del mare è un solo popolo. Digiunava per i tre giorni successivi si purificava con acqua e sale in attesa, del Giovedì seguente.

La sera il mare,è argento vivo,emerge il profilo scuro di altre isole, la notte cala e gli apici delle scogliere si uniformano al buio,e tutto quel brillare freddo si sposta in alto, senza nome.

 

“Pezzi di vetro”

 

 

 

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L’aroma rapace del ghiaccio

un inverno a testa bassa

germoglia

da l’anonima chioma azzurra

mi inchioda a una delle lune del sonno

Non è per mare il viaggio

con me un deserto addio

l’incompletezza del passo

mi incalza

il movimento della neve

scarmigliata errante

stabile senza vento tu di mille anni prima

nella nostra lingua barbara

sciolto lo sguardo

abbiamo scritto mille pezzi di vetro