“Soupcom”

Sorgente: “Soupcom”

“Soupcom”

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La minestra cadde, sul pavimento,l’impiantito scricchiolo sotto il suo peso,la signora del settimo piano non le badò, precipitandosi semisvestita dal bagno, e fuor dai capelli per la rabbia, telefonando all’amministratore del condominio. La sua serata, rischiava di trasformarsi in un fiasco, e pretendendo il suo tempestivo intervento, in quanto organizzatore e protagonista dell’evento, gli rivolse larvate minacce! Era molto tardi, gli ospiti sarebbero arrivati, e magari i più intimi, anche con un certo anticipo,non aveva ancora indossato i capelli, ciò la rendeva intrattabile,un segreto,fra tanti che più di altri la dominava, suo malgrado. Senza contare poi, che al montacarichi, proprio quel giorno si erano inspiegabilmente, bloccate le porte automatizzate,mentre il personale del catering, che l’agenzia aveva inviato,scalpitava con tutta l’attrezzatura, aspettando di accedere all’appartamento e finalmente alla cucina.

La portata più ardua,era già stata preparata in precedenza dallo Chef, occorreva però sistemare ancora la sala il buffet e…alcuni addobbi considerati da lei essenziali. Protestò vibratamente,per tutto e quel suo ritardo,che si affrettò a definire, un sadico angosciante  sgarbo, cercando in tal modo, di instillare in lui, un certo senso di colpa.

Per anni, era stata affetta da sordità e mutismo!

Scusandosi lui,si era invitato a cena,anche per la sera seguente, promettendo un dopocena, in cui di certo, sarebbero state trattate, quelle delicate questioni di fondo,ormai improrogabili! Le disse poi,di averla sempre amata. Esaltata, a quella dichiarazione, scaldata dalla promessa, attesa a lungo,considerò di meritare una pausa. Aveva impiegato molti anni a conquistarlo, frequentando lezioni di suggestione ipnotica, allo scopo di intensificare, alcune doti seduttive, in lei completamente assenti.

Tirò fuori i toscani, dalla credenza ottocento, ne accese uno, aspirò, fece nell’aria anelli di fumo, come le aveva insegnato la mamma Gloria, in una notte d’estate, al culmine di una accanita partita a carte, durante la pausa salame, là dove il lambrusco scorreva a fiumi.

La signora della porta accanto, per nulla turbata dal frastuono, come sempre del tutto assorta nel suo sè,restava immobile, come un Artemide in caccia, di percezioni. La sua figura imponente, adombrava il lampadario della cucina, al quale mancava il contrappeso e che pertanto, era alquanto disceso, tuttavia era di altezza notevole,portava una sottoveste molto lunga a quell’ora della sera, la confortava assomigliare a una Jean Harlow, seppure con qualche anno in più, ed in versione large. Sentirsi fatale, inevitabile é un diritto inalienabile, per ogni donna, fantasticare di uomini pronti a strangolarsi con una delle sue calze di seta (esclusa la meno dispendiosa microfibra) in cambio di un indistruttibile, sguardo di ghiaccio di lei, beh…un simile accadimento non aveva prezzo!

La seta, le accarezzava il corpo,ebbe un brivido lungo la schiena, mentre teneva stretto tra le dita il suo riscatto,rimasta da anni sospesa, in un ansia spasmodica, difficile a capirsi…sentiva qualcosa di se, sfuggirle da tempo! Lentamente s’appressavano in lei turbini di emozioni, il cuore in tempesta,comunque avanzava. L’aveva già fatto,é vero ma,tutto era sempre come la prima volta! Si lasciò andare finalmente,richiuse con forza e bene, dentro, anche i sensi di colpa, e il resto.Sgattaiolò in corridoio, quando alle sue spalle, impercettibile dapprima,un ronzio e un boato poi, come un desiderio liberato!

La lavatrice partiva. Un pensiero deduttivo la colse, avvolgente, come un boa di struzzo, aveva i suoi anni quella macchina, e faceva un dannato rumore, forse questa la ragione che impediva la sostituzione del vecchio elettrodomestico?

Si versò da bere in fretta,tracannò, e dopo averlo fatto, si sorprese a guardare dal terrazzo la città consumarsi lentamente. Il gin, le scivolava nella gola riarsa dal dubbio! Perché é là, che il dubbio si fa strada in noi,un segreto questo, svelatole dal maestro durante gli esercizi di concentrazione, sul potere dell’Ora. Tuttavia, il presente l’atterriva e notevolmente regredita, si trovava in uno stadio intermedio, che però andava molto di moda. Allo squillo del telefono trasalì ,ma soltanto l’inquilino del quarto piano si faceva vivo,alle sette e quindici minuti,chiedeva consiglio, sul make-up, e forse, sull’ennesimo appuntamento al buio,col solito sconosciuto, amico di chat-line,che quasi certamente non si sarebbe presentato, se non nell’ombra, deludendo ancora,ogni sua aspettativa. Nonostante il flusso contrario, l’inquilino, restava animato da un incrollabile fede. Encomiabile! Fiducioso, e certo di concretizzare, prima o poi un amore, perfetto. La signora, restava comunque lusingata, quelle richieste, non facevano che confermare il suo indiscusso fascino,la sua classe, e considerandosi una donna di gusto,gli suggerì la nuovissima linea cosmetica per la labbra “Sur le feu tout de suite”.

Nel palazzotto di fronte, il signorotto, non badando a spese, dava una festa elegante,tutto era illuminato a giorno,la sala principale graziosamente riempita di gente. Ridevano e mangiavano tutti. Questo é il mio crisma,diceva la scritta, sullo striscione in alto,e parrà strano, ma quelli comunque, serbavano qualche rancore ed amabili resti,per lo spuntino dell’alba tragica. I carnet delle signore, erano al completo!

Alcuni, facendo tendenza,si mostravano avulsi,un poeta-romanziere mai pubblicato, addossato al muro,ad ogni domanda come costretto, a staccarsi dalle sublimi visioni del suo Iperuranio personale,scuotendo la testa faceva balzare i capelli, rispondeva citando altrimenti, infastidito,con distacco e solenne brevità. La festa ebbe un crescendo, tanto entusiasmante, quanto inaspettato.

Nude, figure retoriche, si rincorrevano, emettendo di quando in quando compiaciuti gridolini. Un professore emerito,con un largo sorriso, colta al volo la portata del fenomeno, derivò un arkan, dalle bretelle dei pantaloni perduti,e trascurando i limiti, si integrava nel giro,nella modalità avanzata che gli era stata propria, un tempo,deciso a riscoprire, ogni grado del sollazzo trascurato, ignorato e più che mortificato.

La signora del settimo, sfoggiava a tavola una superba acconciatura, e teneva d’occhio l’amministratore,che al buffet, si era servito pochissimo, rigido, in un ansia che dopo anni prendeva corpo, ma saggiamente sostituita, da una serena rassegnazione,deciso com’era a dichiararsi. Era inevitabile, e lei ormai raggiante, batté il cucchiaino da pepe sul flute, e trionfante annunciò il loro fidanzamento!

Sempre lì, la minestra giaceva sul pavimento,sembrava felice e ancora liquida,attendeva con fiducia Wendy, l’efficente Wendy,che sarebbe arrivata però solo alle otto del giorno dopo. L’avrebbe scollata dal vecchio parquet, di certo con la cazzuola, appartenuta al suo ex amante,un manovale privo di certezze, e di orientamenti e di altrettante incerte generalità. Le aveva donato l’utensile, poco prima di separarsi e preso un pantacollant sfilacciato di lei,era poi svanito nel nulla.

Lamentandosi, nell’arduo dialetto delle sue parti,Wendy accosciata, col vigore di sempre, avrebbe rimosso le sue ultime tracce, scoprendo, che il rigor mortis delle minestre di funghi primaticci avvelenati, é rigido,come per tutti. Molti ignorano che fili invisibili, legano gli umani ai vegetali, ma quest’ultima, ci appare un ardua e rischiosa considerazione, sprovvisti di un regolare dottorato in biologia,e di un altrettanto solido supporto filosofico. Le tracce del suo esistere grattate via! Complimenti al cuoco pensò  Soup, che intanto cominciava a sentirsi amara,d’un tratto le balenò il futuro che non avrebbe mai vissuto.

Quel tipo ossuto del catering, non era che un bluff. In verità, dopo vari mestieri, e un corso abbreviato di cucina base, si spacciava per un genio innovatore. Cucina Animica,con questo nome, propinava, le disgustose poltiglie precotte,si credeva un novello Vatel, ma al contrario del maestro,era un tirchio,considerava tutto uno spreco. In precedenza, aveva lavorato come guardarobiere,portalettere e infine, portiere di notte.

Proprio quell’ultimo impiego, gli era costato un grave esaurimento. La paga, era buona l’albergo, aveva sulla targa, perfino una stella, dunque,non é chiaro cosa l’avesse turbato,a quel modo. Quel che é certo, é che sviluppò in seguito, una psicosi, un singolare disturbo, caratterizzato da delirio di grandezza a sfondo erotico, il tutto innestato su una struttura paranoide, in altri termini non si poteva contraddirlo, senza evitarne il delirio egosintonico,che era inarrestabile!

Aveva preparato la portata principale, solo per due,ma era la serata di Tredici a tavola, nuovo gioco, per la classe politica emergente. Entusiasmante! Mi é vietato spiegarne esaustivamente le regole,ma la sua finalità non era poi così in aperto contrasto, con la più tradizionale e nota roulette russa, soltanto, più lenta e un tantino meno plateale.

Tutti o nessuno, si disse Soup, che aveva potuto ascoltare, e vedere tutto. Sana solo d’aspetto,non potendo sopportare, quell’onta, scelse il sacrificio. Si eliminò con gioia!

E’opportuno ricordare,che nei suoi fluidi vitali scorreva, pura linfa verde d’Irlanda,da lì proveniva parte, della sua robusta propensione a ribellarsi alla tirannide. Ma in porzione ridotta, insufficiente, non avrebbe potuto, portare a termine la missione. Si immolò per la causa,dondolandosi, riuscì a raggiungere, una ragguardevole velocità, si agitò come un abile consumata bajadera, roteò, oscillò come una menade danzante, fino allo sfinimento bacchico e al culmine, il vasellame pregiato cadde, sopraffatto dalla forza centrifuga di lei, rovinò in terra, andando in pezzi.

Soup fù pioggerella,verdolina,breve, durante quel che potremmo definire, il suo viaggio estremo, e si vide scrosciare, come una cascata islandese, che precipiti in un puro lago. Aveva sempre sognato diventare una vera artista ma, il  crimine non paga, solo su larga scala. Il suo gesto forse l’avrebbe consegnata alla storia, conquistando un pezzetto di immortalità, un piccolo posto nella memoria?

Il vecchio parquet infatti,fu scosso da tanto patriottismo,non se ne vedevano più di così romantici, da quando lui, legno esotico, ancora novello, nel Regno Italico, era stato intagliato,listellato lucidato, per ricoprire l’ampia superfice del grande salone,nel grande signorile appartamento. Successivamente, frammentato, per adattarlo, alla disumana modernità, che riduceva, immiseriva. Pensava spesso alle sue parti divise, al di là muro.

Chissà, forse era meglio così, si sa, come vanno certe cose, in una stanza piena di gente! Iniziato, nei lontani primi anni del novecento,quanti garbati calpestii,trasalimenti d’amore, mancamenti di signore, il loro, non sempre dolce peso,sui tacchi a rocchetto un frusciare di sottogonne, sussurri e presentimenti. Ma, una minestra appena fatta,quasi fumante, già così consapevole, di esserci per la morte, non gli era mai piombata addosso era la prima volta! L’accolse, non potendo in alcun modo sottrarsi!

Quasi a sminuire, una fine tanto eroica, e collocarla, nell’ingiusto cerchio della vita, si levarono improvvisi dal cortile,indistinti schiamazzi, e abbaiamenti, erano i soliti periferici,ululanti cani lupo, portati in centro chissà come, dal metrò,che dati i tempi duri scroccavano di prepotenza la cena, ai cani dei quartieri alti, che consideravano sfigati damerini, troppo ben nutriti, incapaci a reagire da veri duri. Ai più teneri come José riservavano un trattamento speciale, senza sovraprezzo, mordendo il bracco maculato ferendolo, proprio nell’intimo. Felipe, il portiere equadoregno,e padrone del cane, li inseguì con una scopa di saggina, elettrica ,ma non ne raggiunse nemmeno uno.

Tutto questo accadeva, durante il mesto rientro dell’inquilino del quarto piano, la sua collezione di appuntamenti andati a buca, era un crescendo, discusse con Felipe di quanto accaduto al cane e  intenerito, si offrì di portargli un altra cena.

Con molte altre cose da raccontarsi, i due sparirono, verso l’alloggio sul retro, destinato alla vita privata del custode. Intanto José, all’ombra protettiva dell’androne del palazzo vomitava, i resti della cena surgelata, “dammidipiù,”che aveva consumato prima, in compagnia dei lupi! Pipistrelli, cadevano,trafitti da un raggio di luna, e fù subito sera.

 

“Versomedusa”

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Appare solo riflesso

a me e davanti a me non resta

 

strada di sera svetta alle spalle

Pegaso sale lo riassorbe il cielo

 

giallo-verdi occhi tra il frastorno delle auto,una si ferma o schiva?

scricchiola secco, un ramo nel viluppo sterpi nel fogliame sparso

 

compagni sottili mi affiancano, l’agonia affascina il disagio

torno verso un minuto fa com’ero prima

 

ho corso a precipizio alle stanze conosciute, e non ricambio amore

lì abito da sempre, porto con me lo spettro dei colori naturali

 

tu non sorridermi, io lo farò guardando altrove

” Elefante “

 

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The elephant man D.Lynch

 

 

 

E’ stata dura il luogo é spoglio

ho in mente uno sconfinato altrove

quì la maligna indifferenza

lega feticci  al martello del Sole

colossale pelle tensionata

quadra

col deserto di contorno

il Troll pietrificato cantilena di macelli

sembra un innocuo rudere

dalla feritoia sogghigna

l’angoscia del bestiame che muggisce

manca regalità al morire sopra ai camions

il lento incedere degli elefanti al bagno

Mastodontica feroce malinconia

avorio che scintilla

arriva non la senti

se non quando soffoca

il miraggio

spirito che non atterra

non raccatta libbre di carni

Andare via di leggerezza

a noi mai stati

estranei qui

non serve carico né fotografie

 

 

“Orazione”

 

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Metropolis Fritz Lang

 

 

 

Mastica bestia

apri la bocca ingoia

togli stupore agli occhi

ti estingui in progressione

con il permesso dei consumatori del delitto

questa l’azione concessa sempre in scena

da l’Età dell’Oro

Pubblico quì

il necrologio

dell’Infanzia

sul “Predicatore Oscuro”

edizioni

Amen

“Dalla Matrigna che chiede cibo di più

iniziati sottilmente alla crudeltà

strappata la trasparenza dalle mani

giù per la discarica

avrai qualche problema con l’applicazione Vita

epidemia virale

Essere  estensione

senza radice

codice  pelle  numero

nella modulistica vai fuori Tempo

imprigionati  in lettere e riquadri

con/domini /con/dannati

sola terminazione elettrica

incasellato il nome l’intelleto

nei percorsi a barre

l’inverso cupo doppio

l’Anima si fà Mania”

Ogni Santa o Laica Inquisizione

belletto in  terra prostituta

arresterà la marcia

Guardalo male in faccia

il fatto disumano

per questo senso d’inferiorità hai ucciso

cadrà la maschera

come intonaco marcio

nella misura giusta delle questioni naturali

 

“Dipartimento effe”

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Million dollar Hotel W.Wenders

 

 

C’erano susinatori e prugneseccatori e cilieggianti e ribestatori e uvapassanti e pure cannellegrafari.E tutti giantrarono con la più chiassoviale splindialità E Gog e Magog tutti a bere il grog. Che la celebrazione abbia continuazione fino all’esterminazione di Hanandhuninan.                                                                                                                                                                                                   Finnegans Wake / James Joice

 

 

Riparto da

lo scompliglio del padiglione

per Rara intuizione

dove si sa, di scienza

si bucano fragilità, si forza l’esperimento

cognizione incerta

scelto un Caso!

Sono io, quello che dice scusami…

alieno ininterrotto  nello  spazio-tempo

che muore e ritorna antico

mentre albeggia pensa da solo

dovrei regolare al minimo la sofferenza

hanno detto

fare con zelo quello che va fatto, di fatto

in fatto, controllato

non dimenticando che l’Igiene conta

Albèrgo, a quattro Stelle

lo riassetto con cura

ho affetto anche nel niente che mi  deraglia addosso

l’emozione svestita esposta

rossore alla rinfusa in direzioni di verità nascoste

Eghi impettiti vanno, e vengono col libro del mistero

cattivi maestri,adepti, e sottoposti

imporranno nuovi malanni alla Dignità

umano non particolare

nella Ressa scollegata

tolte le stringhe, approdando nel dipartimento

prossimi più,all’indifferenziato

L’Elogio della Follia é il problema

tolgo il disturbo, dell’immaginazione

il vino santo

incarcerati  da burocrati saccenti

che enumerano birre, vuoti di senso

Patologie insolite dal nome esotico

per l’upper class potente

i rustici amorali danarosi

non sono mai cattivi

espiare é una finzione

alle anime del Resto, residui abbandonati

variano l’umore ad estro

la storia della vita rovistata ad arte

come conviene, in buona economia

Se, l’ematopoiesi un giorno, permetterà

non faranno mai, copie di Noi

Loro futuri frammenti

un ordine di cellule

dozzine

cloni in caduta

nel verso uniforme, di un buon effetto teatrale

Perdonami,

da tempo un amico mi aspetta

l’unico in questa trappola

che se ne rimane fuori

per ciò vagheggio un pò, dormendo

adesso guarda, sono Sveglio

“Passo”

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Vasily Kandinsky

 

 

 

Passo

senza incontrare

la cruna dei fenomeni celesti

flessibile

nella grave sintesi terrestre

sensibile al Sole

nel gioco

dello Stare

tra variabili

scandisco tempo ridotto

su l’inevitabile tramonto

Sarà discreto il transito dal sogno

a un altro sogno

lungo il Luogo

eccentrico

tra archetipi

remoti abissi

false mete

abili riflessi

vicine trasmutazioni